28 Mag Italia, il paradosso della longevità: si vive più a lungo, ma si vive peggio. E uno su dieci rinuncia a curarsi

Si allunga la vita, ma si accorcia la salute. È questo il paradosso che emerge con forza dall’ultimo Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del Paese: un’Italia che, se da un lato celebra nuovi primati di longevità, dall’altro si scopre sempre più fragile, malata e disuguale. Una nazione dove un italiano su dieci ha smesso di curarsi, schiacciato da liste d’attesa interminabili e costi sanitari ormai fuori portata. E dove il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, non è più universale ma condizionato dal portafoglio.
Longevità record, ma in salute si arriva appena a metà del cammino
Secondo i dati Istat, nel 2024 l’aspettativa di vita ha toccato livelli storici: 81,4 anni per gli uomini, 85,5 per le donne. Ma la buona notizia finisce qui. La speranza di vita in buona salute — quella cioè vissuta in autonomia, senza limitazioni gravi — continua a ridursi. Una donna nata oggi può aspettarsi di vivere solo 56,6 anni in buona salute, 1,3 anni in meno rispetto al 2023. Per chi nasce al Sud, il dato precipita a 54 anni. In pratica, quasi un terzo della vita sarà trascorso in condizioni di salute precaria.
Gli uomini non se la cavano molto meglio: 59,8 anni in salute a livello nazionale, che scendono a 57,1 nel Mezzogiorno. Il divario territoriale è netto, e a pagarne il prezzo più alto sono ancora una volta le donne, i meno istruiti e i residenti del Sud, in un’Italia che sembra sempre più divisa in due.
Un italiano su dieci rinuncia alle cure: sanità pubblica al collasso
Il dato forse più drammatico del rapporto riguarda la rinuncia alle cure. Nel 2024, il 9,9% della popolazione ha dichiarato di non essersi sottoposto a visite o esami specialistici necessari, a causa di liste d’attesa troppo lunghe (6,8%) o per difficoltà economiche (5,3%). Una situazione in costante peggioramento: nel 2019 il dato era al 6,3%, nel 2023 al 7,5%. Il trend è chiaro e preoccupante.
Cresce il ricorso alla sanità privata — nel 2024 il 23,9% delle persone ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica, contro il 19,9% dell’anno precedente — ma solo chi può permetterselo accede. Gli altri rinunciano, aspettano, si aggravano.
La rinuncia è più diffusa tra le donne (11,4%) e nelle fasce d’età centrali (45-54 anni), dove motivi economici e tempi d’attesa si equivalgono. Persino nel Nord, storicamente più attrezzato, il fenomeno cresce: oggi il 9,2% dei cittadini rinuncia a curarsi, quasi il doppio rispetto al 2019. Le differenze si sono attenuate solo perché il peggioramento è generalizzato.
Il disagio psicologico dilaga: giovani e anziani sotto pressione
Nel frattempo, cresce in silenzio anche il disagio psicologico, specie tra i più giovani e gli over 75. L’indice di salute mentale si attesta a 68,4 su 100 nel 2024, con picchi negativi tra le donne e le fasce più anziane. Le ragazze tra i 14 e i 24 anni si fermano a 67,2 punti, in netto peggioramento rispetto ai coetanei maschi (73,3). L’Italia post-pandemica è più ansiosa, più depressa, più sola.
I disabili: 3 milioni, spesso invisibili e trascurati
Sono quasi 3 milioni (5% della popolazione) le persone con disabilità in Italia. L’80% di loro è colpito da almeno una malattia cronica, e solo il 9,8% si dichiara in buona salute. Tra le donne disabili, la quota scende al 7,6%. Eppure, la domanda di assistenza e servizi resta in larga parte inevasa, con grandi differenze territoriali e uno squilibrio crescente tra bisogno e offerta.
Un Paese che invecchia e si svuota
All’1 gennaio 2025, l’Italia conta 58,9 milioni di abitanti, in calo rispetto all’anno precedente. Il saldo naturale resta negativo: 651mila morti contro 370mila nascite. La fecondità tocca il minimo storico di 1,18 figli per donna. L’unico argine al declino è l’immigrazione (+244mila unità nel 2024), ma non basta. Il Paese invecchia, si ammala, si impoverisce.
Una sanità al bivio
La sanità pubblica italiana, nata per essere universalistica, è oggi sempre più selettiva, frammentata e inaccessibile. I dati sulla mortalità evitabile, dove l’Italia mantiene buoni risultati (17,7 decessi per 10.000 abitanti, secondo miglior dato in Europa), raccontano di un sistema che potrebbe funzionare, se solo fosse potenziato e reso più equo. Ma lo squilibrio tra prevenzione, cura e accessibilità sta diventando insostenibile.
Conclusione: per chi suona l’allarme
Il Rapporto Istat fotografa con crudezza un’Italia a due velocità, dove l’allungamento della vita non coincide con un miglioramento della qualità della vita. Dove curarsi è un privilegio e l’assistenza sociale arranca. Dove le disuguaglianze si ampliano e la tenuta del sistema sanitario appare sempre più incerta.
La domanda, ora, non è più se l’Italia possa permettersi di investire nella salute pubblica. Ma se possa permettersi di non farlo.
Fonti principali:
- https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=129732
- https://www.ilfarmacistaonline.it/studi-e-rapporti/articolo.php?articolo_id=129732